Fondo Fotografico Roberto Longoni

La città illuminata


Biografia

Mi sono avvicinato alla fotografia nel 1985 per documentare i miei viaggi in giro per l’ Europa.
In seguito ho iniziato a frequentare I circoli fotografici della mia zona e a seguire alcuni corsi, seminari e workshop tenuti da professionisti ( Roberta Valtorta, Piero Pozzi, Laura Losito, Mario Cresci, Edward Rozzo, Olivo Barbieri, Marco Frigerio, Annalisa Russo, Paola Riccardi, Joe Oppedisano ) che mi hanno trasmesso le loro conoscenze e la passione per la fotografia: la magia del bianco e nero, le regole della composizione, la tecnica dell’inquadratura, il fascino del grande formato, il saper raccontare per immagini la storia dei grandi fotografi…, o almeno ci provo.
Mi dedico principalmente alla fotografia di concerti e rappresentazioni teatrali, oltre che al paesaggio e architettura sempre utilizzando obiettivi per la correzione della prospettiva che ritengo indispensabili, sia in digitale che in pellicola.

La città Illuminata
Una cosa è certa. Il lavoro di Longoni è di quelli che sollecitano ancora una volta la riflessione attorno all’immagine e alla fotografia.
Pensieri che si intrecciano sfiorando accattivanti aspetti filosofici, profili più propriamente architettonici, o che rimandano a capitoli di storia dell’arte e a interessanti spunti di tipo tecnico; tutti, in ogni caso, inducono alla inevitabile ricerca di un termine, un aggettivo o un sostantivo, che possa racchiudere in se il senso de “La città Illuminata” e, con essa, dello stesso autore, nella convinzione che opera e autore finiscano poi per identificarsi.
È sempre stato così: si parla comunemente di sogno felliniano, di situazione kafkiana, di memoria proustiana, di leggerezza calvinista, e via di seguito. È in questo senso che, a mio parere, spetta di diritto al nostro autore e alla sua opera il patrocinio della “magia”.
Magica è infatti la sua capacità di una immedesimazione mimetica nel tema e nei vari soggetti e poi, con l’immagine, di una restituzione lucida e personalissima. Ogni icona è un ritratto in cui è possibile riconoscere simultaneamente il modello e il fotografo.
Magica, e solo apparentemente ambigua, l’intrigante proposta di un mondo in cui la figura umana non appare. Ma sappiamo che il fotografo, per conoscere un luogo, deve guardarlo e riguardarlo, deve attraversarlo e tornarvi. La fotografia delle cose, e non dell’uomo, può essere allora un modo per guardare di più, può aprire la strada ad una esperienza più profonda; diviene essa stessa sguardo liberato dell’uomo che guarda, uno sguardo che si pone di fronte al reale in posizione interrogativa, aperta, in un atteggiamento che esprime il bisogno di superamento degli schemi che imprigionano il pensiero dentro certezze assolute.
Magica è la certezza risposta nel cuore di Longoni che il suo “occhio meccanico” ci svela che il mondo è molto di più di quanto a noi si mostri. Una fotografia rigorosa, che nessun artificio corrompe; utilizza, come un alchimista di altri tempi, quelle materie vive che sono, per lui, la luce della notte e il tempo.
Le immagini di Longoni si compongono e si ricompongono in una sorta di percorso narrativo, seguendo un ritmo non solo formale, ma anche mentale. Scopriamo infatti, come in un evidente ossimoro, che il racconto della città illuminata, fatto di soli segni, luci e colori, ci parla in una realtà unicamente dell’uomo.
Antonio Riva